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Sul Gacka con il Tosato

Francesco PalùQuando Giampiero Bartolini mi ha chiamato, chiedendomi se volevo andare con lui e il Tasso a pesca sul Gacka, mi è preso il prurito da curiosità ma sul piatto della bilancia c’era anche, negli stessi giorni, il corso in mare, che mi intrigava.
Poi, Giampiero, novello Brenno, ha gettato sull’altro piatto una spada: “c’è anche Francesco Palù” e lì mi sono deciso, ho spostato gli appuntamenti della settimana e siamo partiti, purtroppo senza Carlo La Rovere (il Tasso) che, nel frattempo, aveva avuto un’offerta di lavoro che non ha potuto rifiutare (qualsiasi riferimento al Padrino è puramente intenzionale).

Il mercoledì mattina, tappa da Mauro Minelli per un po’ di acquisti per rinfrescare l’attrezzatura e per ritirare le mosche di maggio reverse che mi aveva compassionevolmente preparato, perché gli piangeva il cuore che andassi sul Gacka senza una mosca decente (gli amici si vedono nel bisogno ;) ) e poi si va, guidati dalla voce sensuale di Bambola Ramona sul navigatore nuovo di pacca al quale dobbiamo la salvezza da diverse multe scampate.
Il tempo si era guastato, rispetto ai giorni precedenti, la temperatura era calata di parecchi gradi e aveva incominciato a piovere ma, anche così, siamo riusciti a riunirci quasi in orario al gruppo del tosato, che era con dei simpaticissimi ragazzi austriaci, lì per un corso di pesca con il grande Vecio.
Dal confine in poi, l’acqua ed il vento non ci hanno mai lasciati, fino all’arrivo ad Otocac (nei nomi croati non metterò mai l’accento per via di probabili incompatibilità con i browsers), dove sta l’albergo che avevamo prenotato, a qualche chilometro dal famoso fiume.
A proposito di questo corso d’acqua, la mia curiosità era data dal fatto di non conoscerlo ancora e di aver sentito ogni sorta di pareri sulle sue caratteristiche e pescabilità: c’è chi diceva che era un fiume difficile, chi che c’erano delle schiuse incredibili, chi parlava dell’acqua limpida e chi di come ci si pescava a ninfa, chi ne parlava dei trotoni di vent’anni prima e chi di dopo la guerra, chi dei campi minati e chi della taglia delle sue mosche di maggio, per cui c’era troppo fumo profumato, per non esserci anche un qualche arrosto.
E, in effetti, arrosto c’è ed anche saporito.
La  sera, poco dopo arrivati, il tempo di sistemare le valigie in camera e via con le zampe sotto il tavolo, dove facciamo conoscenza con gli austriaci, persone splendide, chi più chi meno novizi della mosca e con cui, a colpi di battute in italiano stentato e inglese maccheronico, ma con abbondanti iniezioni di liquidoL'ingrassatoio spumeggiante giallognolo, abbiamo subito simpatizzato.
Già all’Octoberfest, anni addietro, ebbi la conferma di come la birra affratelli i popoli, ma qui ne ho avuto un’ulteriore riprova.
Ci raggiunge, dopo un po, Ivan Prpic, personaggio ben conosciuto nell’ambiente, essendo stato, anni addietro, il direttore dell’hotel Gacka, poi distrutto dalla guerra ma che, abbiamo visto, sembra in fase embrionale di ricostruzione.Palù e Ivan Prpic Ivan è un’ottima persona, parla decentemente l’italiano e ci si può rivolgere a lui per organizzare il soggiorno in loco, più avanti darò i riferimenti.
Insomma, mangiamo e beviamo come dei porcellini, dato che la cucina dell’albergo è ottima ma non certo dietetica e poi ci facciamo una passeggiata fino ad un altro locale dove ci beviamo una bottiglia di vino scadente, chiacchieriamo con Georg, Rudy, Ekbert e Kay, cominciamo a conoscerci un po’ e scopriamo che sono tutti psichiatri e psicologi, per cui alla SIM avrebbero materiale a iosa per i loro studi :-) e la prima sera passa così, appuntamento alla mattina. colazione alle 7.30.

Fatto il pieno di carboidrati e grassi, si va a fare i permessi, ci sono due negozi che fungono da alimentari, che li rilasciano, 35 euro l’uno, solo giornalieri e poi via a vedere il fiume.
Il Gacka al IV pontela temperatura è bassa ed il tempo non è dei migliori, ma non piove, minaccia solamente.
Il fiume si presenta in modo diverso da quelli sui quali avevo pescato finora, a parte l’altezza, mai meno un metro e mezzo e fino a circa 7/8, forse più, con caratteristiche a tratti da chalk stream, in altri punti da fiume di fondovalle, in alto da risorgiva, a  tratti veloce e in altri che sembra quasi fermo, salvo poi accorgessi delle mille tensioni superficiali e delle tante velocità che si distinguono nelle varie direttrici del suo asse.Una occhiata al fiumeUna larghezza che va  dai 10/12 metri a più di 25, a seconda della zona, ma la cosa che sicuramente ne fa un fiume a parte sono gli insetti.
Ephemera danika in schiusa, di dimensioni che non avevo mai trovato, sicuramente almeno un centimetro e oltre, più lunghe di quelle del Nera e di qualsiasi altra che avessi già visto, odontocerum albicorne lo stesso, argentee e grandi fino a quasi 4 centimetri, che ci hanno salvato come minimo la seconda giornata di pesca.
Il tosato se ne va con gli austriaci e noi cominciamo a pescare a monte e a valle del quarto ponte (ce ne sono sei, se non ho capito male).
Non si vedono bollate, per cui tiro fuori la 8,6 con una 6 WF che uso per i black (oh, io altre non ne ho) e ci attacco una ninfa, anche se la cosa mi tira poco e infatti non prendo niente ma poi, dopo un’oretta scarsa, comincia qualche bollata sporadica,  per cui la 8,6 viene prontamente sostituita dalla 7.6 coda 2 che uso di solito e non ha più rivisto la luce.
Bollano su dei grossi tricotteri, per cui metto su una delle Brown Silver che il Vecio mi ha donato la mattina e questo mi regala la mia prima trota del Gacka, una  bella fario, non grandissima, una quarantina, ma con una bella livrea e molto combattiva, come inizio, poteva essere peggiore.La mia prima cattura
La giornata è andata più o meno così, su e giù per questo tratto, a pungere fario e iridee che bollavano prevalentemente su grosse sedges e qualcuna, di malavoglia, sulle poche danika che schiudevano.
Pescare con l’80% dei lanci sopra i 15 metri ed il resto intorno ai 20 e passa, con la coda due, mi ha forzatamente risvegliato reminiscenze di doppia trazione, ma la cosa ha prodotto discreti risultati.
Nel frattempo, continuavano ad arrivare pescatori e venimmo a conoscenza  che i fiumi della Slovenia erano alti e quindi molti si stavano riversando lì, con nostra somma gioia.
Accomunati da una particolare caratteristica: avevano tutti i waders, in un fiume nel quale entrare in acqua non è possibile.
Verso le 18, quando Palù è venuto a trovarci per andare a prendere un caffè, esordendo con una frase lapidaria (che ormai non mi stupisce più, dopo il discorso che ha fatto quando ha ritirato il premio del Pescatore dell’Anno 2004), dicendo ad alta voce: “tutte canne dritte eh?” :-) (e in quel posto basta parlare a voce normale per farsi sentire per molte decine di metri)Si pesca anche da sedutia quel punto, dicevo, la quota di Giampiero si era attestata sulle 16 catture e la mia forse uno o due in meno, ma la battuta del tosato mi ha fatto schiantare dal ridere e ha anche avuto l’effetto di far chiudere la canna a qualcuno.
Abbiamo scovato un piccolo bar che sarebbe poi diventato meta fissa una media di un paio di  volte al giorno e abbiamo rinnovato la doverosa scorta di bollicine, complemento indispensabile di ogni moscaiolo che si rispetti.
Inglobato il vile perlage, siamo passati ad un altro tratto, più a monte, dove però l’attività è stata scarsa per non dire nulla, unica trota beccata che bollava e debitamente portata sottoriva e lasciata slamare, ma niente di trascendentale.
Si opta per la cena, ci  aspetta una tartare di vitello.
E veniamo a scoprire che Rudy ha una cantina dentro Vienna, nella quale produce circa 20 tipi di vino e vuoi che non ne abbia portata qualche bottiglia da assaggiare?
In sostanza, ad accompagnare l’ottima tartare e altra roba leggerina che appare sulla tavola, spuntano cinque bottiglie diverse di vini rossi, dai 12.5 ai 14 gradi, delle quali due veramente di ottimo livello. Lascio immaginare il prosieguo della serata e, come se non bastasse, Giampiero ha la bella idea: ìcostruiamo qualche moscaî.
Salutati gli amici andiamo in camera, improvvisiamo un tavolo di costruzione con un comodino e il grande tira fuori il suo necessaire da costruzione, Kit da costruzioneho dovuto fotografarlo, altrimenti non ci crederebbe nessuno: due scatole di camicie, legate con la cintura dell’impermeabile di Rosana, ancora adesso mi viene da sorridere :-) quindi non era solo per il vino ingollato.
Ma dico io...Come che sia, riusciamo a fare delle grosse sedges, che si riveleranno preziose per il giorno dopo, devo dire che la prima è risultata, complice il vino di Zahel, un po’ ìcreativaî.

Secondo giorno, spunta il sole, la temperatura aumenta, la giornata promette bene.
Memore delle fatiche del giorno prima, chiedo a Francesco se ha una canna ed una coda da prestarmi e gentilmente mi passa una teleregolabile da 3 metri e 30 con una coda 6.
Stavolta andiamo nel posto dove, la sera prima, si era fermato Palù e aveva detto che bollavano e, in effetti, qualcosa si comincia a muovere già da quando arriviamo ma, come al solito, quasi sempre sulla sponda opposta.Iridea a  ninfa
Dopo qualche cattura a secca, l’attività rallenta per qualche tempo e comincia ad apparire qualche trota nei corridoi di alghe sottoriva, per cui allungo la canna e metto su una ninfa con la testa dorata, bella pesantina, vuoi per fortuna, vuoi perché pescando a vista le cose sono un tantino più facili, oltre che più piacevoli, dopo un paio di passate, trovato il filo di corrente giusto per far arrivare la mosca alla profondità necessaria, abbocca una discreta iridea che non aveva la più pallida intenzione di prendere aria, ma con il tip del 20 ed una canna da 11 piedi, ogni resistenza è presto vanificata.

 

La mattinata scorre tranquilla, tra bollate e catture più o meno impegnative, Ferrata
dove le doti di lancio e scelta della mosca fanno la differenza con i pescatori che si alternano in zona e che osserviamo durante la pausa pranzo, prendere il nostro posto e non è autocelebrazione.Dibattimento vano

 

 

 

Nel primo pomeriggio cambiamo zona, dopo l’immancabile sosta al solito baretto per un buon caffè espresso, ci riuniamo con Francesco e il suo gruppo, poi troviamo un ponte poco frequentato e ci andiamo insieme agli altri.
Il gruppo di amici

Palù dà lezione di pesca sommersa con coda affondante e canna a due mani, nel tratto a monte del ponte mentre noi preferiamo quello a valle. Palù con coda affondante
L’attività è pari a zero, comincia Giampiero con qualche tentativo, poi trova l’unica tattica premiante: grossa sedge in pattinata a risalire, dopo una posa curva intorno ai 18/20 metri più o meno dato che, invariabilmente, stavano ìdi làî.

 

Lancetti cortiBartfly al lancio

In questo fiume, ci sono altri fiumi dentro.
Anche se il corso procede normalmente uniforme, le velocità delle correnti aumentano mano a mano che si arriva al centro,in maniera praticamente costante, per cui abbiamo  perlomeno tre velocità diverse in ogni metà fiume, ne consegue che non si può lanciare dall’altra parte con la coda e il finale in linea retta, in quanto il dragaggio è inevitabile e repentino, per cui è indispensabile posare curvo e/o con il finale a 90 gradi circa rispetto al pescatore e in asse con la linea del cibo del pesce, rivelatosi estremamente selettivo e schizzinoso.Ogni tanto qualcuna ci casca
Spesso e volentieri, a questo lancio è stato necessario aggiungere la pattinata a risalire verso monte, per stimolare l’attacco, ma sempre, in questo pomeriggio, abbiamo avuto risultati solo muovendo la sedge nella maniera giusta.qualcosa prendo anche io
Una volta piccate un discreto quantitativo di pinnuti, tutti slamati senza toccarli, stavamo andando via ma, rispondendo al richiamo di un paio di belle bollate sull’altra sponda,  il Bartfly ha tirato su ancora due trote, mentre io, in maniera subdola e meschina, ne ho allamata una lanciando da sopra il ponte, come neanche un messicano pigro avrebbe il coraggio di fare.
Slamatura
Abbiamo di nuovo cambiato ponte e tornati in quello in cui la mattina non siamo potuti stare, perché invaso da un gruppo di pescatori che erano lì per un corso, tutti ben muniti di waders e guadino corto, perché lì bisogna “sapersi muovere”…
e lì abbiamo concluso la serata con qualche cattura non proprio da buttare.
Possiamo andare a cena soddisfatti, prevista teca, una sorta di arrosto misto con l’ottima carne locale.
A cena conosco Giovanni e Alberto, due dei figli di Francesco accompagnati da  Luciana, la fidanzata di Alberto, tutti ragazzi in gamba e simpatici e non ci sono problemi a fare il solito casino tutti insieme, stavolta con dell’ottimo vino bianco, sempre provenienza Rudy.
Mi pare ci si sia attestati sulle 6 bottiglie, non ricordo bene, però ricordo che era buono.
Serata di chiacchiere di pesca, in linguaggi misti, godendosi il porticato dell’alberghetto e scolando grappa slivovitz o comecavolosiscrive.
Il Bart propone una modifica alleggerente alle sedges, per farle pattinare meglio,  derivata da un’idea del tosato, ma con una variante rispetto al corpo e propone di farle la sera, idea bocciata e rimandata al mattino dopo la colazione.
Giampiero russa alla grande, come va di moda nella SIM, per cui mi sono portato  i tappi e la mascherina (qualcosa si impara, con il tempo) e si sveglia sempre prima di me, forse russo anch’io :-)
Comunque, la mattina, ingurgitata la scorta di calorie, torniamo in camera e costruiamo delle sedge, con l’intento di farle pattinare meglio, avendo visto che la cosa rendeva.
Esperimento miseramente da accantonare.
Destinazione, Ponte delle Vergini, così battezzato dal Vecio per via che una volta, nella ormai baracca a fianco, vivevano due sorelle che dovevano essere state a scuola con Mosè e che, forse per questo, non avevano mai conosciuto l’uomo in senso biblico o, perlomeno, il loro aspetto così lasciava intendere.
Scordavo di dire che tutti i ponti risultano ora di cemento, mentre mi raccontava Giampiero che vent’anni fa, prima della guerra, erano tutti di legno.
A parte questo, sembra che il tempo lì si sia più o meno fermato, essendo tutto il resto praticamente uguale, tranne i segni dei mitra sui muri di alcune palazzine, quelli di qualche casa ancora  distrutta e di qualche inquietante ed eloquente cartellonon calpestare le aiuole ma è evidente che il paese è in via di ripresa e cerca di scrollarsi di dosso le brutture dell’assurdo conflitto che l’ha attraversata come e peggio di un ciclone durato 5 anni.
Tornando a noi, il sabato mattina il tosato è venuto a pesca con noi per un paio d’ore, poi spinto dalla fame è tornato a mangiare comodamente in albergo, lasciandoci ai nostri panini.
Nel pomeriggio è cambiata la musica, nel senso che il pesce non mangiava più tricotteri o sparute danika ma, da una certa ora in poi, ha mostrato di apprezzare solo olive, nella forma di emergente e subimago, per cui abbiamo dovuto adeguarci, con discreti risultati, devo dire.
Dopo un po’ ci siamo stufati e abbiamo optato per la consueta birra, dove, guarda caso, senza mai darsi appuntamento, alle stesse ore, con uno scarto di meno di 5 minuti, abbiamo sempre ritrovato gli amici, questione di beerfeeling.
Tutti di  nuovo in pista e dopo un paio d’ore decidiamo di fare il coup sul tratto che la prima sera mi era molto piaciuto ma che non aveva mostrato una grossa attività, però era senza dubbio promettente.
Ci troviamo la famiglia Palù, un po’ sullo sconsolato, perché attività poca sotto (Giovanni ne aveva prese un paio) e niente sopra, per cui la mandiamo a chiacchiere in attesa di tempi migliori.
Dopo un po’, gli udinesi si spostano, io e il Bart aspettiamo, ma poi decidiamo di scendere, solo che, arrivati alla curva, ecco un’interessante bollata.
Più che bollata, una schienata, in quanto era evidente che si cibasse sotto il pelo a qualche centimetro, ma sicuramente un pesce interessante.
Interessante anche perché messo in una posizione difficile, tra la frizione di due velocità di correnti, una derivante da insenatura calma e quella laterale della curva della corrente principale, il tutto abbellito da rigiri d’acqua dovuti ai fasci di alghe sottostanti e, come se non bastasse, ad una distanza di 18/20 metri.
Attacco al nemico
Per farla breve, Giampiero ci si dedica per un’oretta, nel frattempo allama un paio di altre trote più vicine per dare respiro all’altra ma alla fine deve cedere per via della stanchezza del braccio e dell’inutilità di tutti gli sforzi finora compiuti. Quell’animale era una bella sfida, così decidiamo di fare una pausa, dargli tempo di riprendersi e di ritornare in attività e semmai riprovare.
Finita la tregua, si torna in pista e mi fa: îsenti, a me fa male il braccio, prova tuî, poco fiducioso, metto su una sedge e comincio a fare qualche passata, qualcuna anche buona, ma per l’iridea era come se non esistesse.
Dopo un po’, il Bart ci riprova, cambiando mosca, aveva trovato nelle  scatole quella che secondo lui era quella giusta, una pupa di tricottero e, al primo lancio (da manuale), ecco l’abboccata e quello della foto è il risultato. Fine della battagliaDevo dire che dall’immagine sembra più piccola di quello  che in effetti era, circa una quarantina, ma se anche fosse stata la metà, sarebbe stato un bel colpo lo stesso, data la posizione e la selettività che aveva dimostrato, una cattura veramente difficile.
Per cui, decidiamo che quella fosse la giusta chiusura in bellezza e di andare a farci una doccia, la febbre del sabato sera ci aspettava.
La serata si svolge come da prassi, cena, birra, vino e poi chiacchiere in veranda, il tutto allietato dalla  presenza di tre pezzi di fi.. gliole che erano lì insieme a parecchia gente che stava festeggiando qualcosa, per cui, musica, canti, balli  e alcool a fiumi. Putroppo, guardare e non toccare ma, perlomeno, qualcosa di bello, come saluto, ci portiamo insieme agli altri ricordi alieutici, a loro volta affogati nella bottiglia di grappa che ci siamo scolati anche quella sera, tra  chiacchiere e sigari.
Giampiero e FrancescoLa mattina, dopo colazione, partenza e ognuno a casa sua ma mi resta da fare qualche considerazione…
Innanzitutto ho scoperto un Palù che era come me lo descrivevano, simpatico e affascinante, un vero personaggio, prima di allora lo avevo incontrato, ma mai avuto occasione di parlarci a fondo, ora spero di reincontrarlo presto.
Anche perché mi deve fare la canna, dai e dai, alla fine ho deciso di comprarla, sia per via della versatilità che della indubbia efficacia in ambienti misti e mi sa che forse ci attacco pure un Vivarelli o qualcosa di simile, con una 5 DT, se qualcuno me lo avesse profetizzato due settimane prima, l’avrei preso per matto :-)
Poi ho scoperto un fiume nuovo, un fiume diverso dagli altri, che l’unica parola che mi è venuta per sintetizzarlo è ìinteressanteî, per via della sua conformazione, delle possibilità che offre, del panorama in cui scorre, della varietà e taglia degli insetti e molto per via della naturale selettività delle trote che lo abitano e che, pur se di allevamento e sottoposte ad una discreta pressione di pesca, sono tali a cagione degli insetti di cui dispongono e non come nei soliti no-kill, dove lo stress fa mutare atteggiamento in maniera radicale e falsata.
Qui abbiamo dovuto tirare fuori tutto l’armamentario a disposizione, di lanci e di adattamento alla situazione, di osservazione dell’ambiente e scelta dell’artificiale giusto e presentato correttamente, abbiamo pescato a galla e a ninfa, in pattinata ed in schiusa, stimolando la caccia ed in bollata e solo in quel modo le fatiche sono state premiate, che cosa chiedere di più da un fiume?
L’anno prossimo ho deciso di tornarci, spero con la stessa compagnia e magari con qualche amico in più.
Arrivederci Gacka! :-)
Dopo questo lungo soliloquio, credo sia opportuno fornire  qualche punto di riferimento, nel caso che qualcuno voglia ripercorrere gli stessi passi, a cominciare dal numero di telefono di Ivan per continuare con una cartina di  dove trovare l’alberghetto (non aspettatevi grandi cose, sono ancora poco organizzati, ma rimandate la dieta se ne avete un programma una) che, al prezzo di 30 euro pensione completa (grappa esclusa) a cranio direi che vale la pena di farci un pensierino.
Albergo Camar
Ci si può rivolgere a: Ivan Prpic  tel. 00385 – 53 – 771591  in italiano, per organizzare e anche prenotare

Restoran “Camar” tel/fax 00385 – 53 – 771558, cell 095 904 2949  –  G.Dubrava 22, 53220 OTOCAC

La proprietaria dell’albergo è la signora Angela simpaticona ma parla solo croato e si può cercare di parlare con Sanela o Nino, con  loro in qualche modo ci si intende, sono ragazzi svegli, sanno un po’ d’inglese e capiscono qualcosa di italiano.

All’albergo Camar sono forti nella cucina saporita ma sono molto disponibili anche a fare cose più leggere, la carne è un punto di forza, la gentilezza anche, la pulizia delle camere un po’ meno, ma credo si debbano solo organizzare un po’.

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