lunedì , 26 Ottobre 2020
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8 – I filati

Il capitolo dedicato ai fili da costruzione ci apre un affascinante mondo fatto di colori e sfumature che rende particolarmente interessanti sia la fase di acquisto, sia quella della scelta da operare per la realizzazione dell’artificiale.
Inutile dire che spesso, chi costruisce mosche, ha un vero e proprio arsenale di fili, di ogni composizione, diametro e colore proprio sia per cercare di imitare al meglio i colori degli insetti, sia per dare un po’ di libero sfogo alla fantasia ed alla creatività.

Per lungo tempo i filati da costruzione sono stati realizzati con fibre naturali come la preziosa seta ma, nel corso del ‘900, la comparsa delle fibre sintetiche ed il loro progressivo affermarsi nell’industria tessile, ha caratterizzato anche la composizione dei nostri rocchetti di filo.
Nylon e Polyester sono quindi finiti sui tavoli di quasi tutti i costruttori sia per la loro relativa convenienza economica, sia per la loro indiscutibile versatilità.
Anche al giorno d’oggi le tipologie di filati sono essenzialmente le stesse: seta, Nylon e Polyester continuano ad avere una buona diffusione sul mercato ed ogni produttore declina la materia prima con caratteristiche diverse che unite all’ampiezza della gamma dei colori, possono far preferire un prodotto piuttosto che un altro.
Negli ultimi anni tuttavia, grazie alle nuove tecnologie, il mercato ha iniziato a proporre filati molto resistenti come quelli in Kevlar e in GSP (Gel Spun Polyethylene) che di fatto hanno rivoluzionato il settore.
Soprattutto i filati in GSP hanno delle caratteristiche veramente eccezionali in termini di resistenza alla torsione ed alla trazione e se proprio si deve individuarne un difetto, l’unica cosa che si può dire è che la pressoché totale assenza di elasticità unita al fatto di poter essere sottoposti a trazioni tali da
piegare l’amo sul morsetto, comportano il rischio, se si esagera, di tagliare i materiali delicati come il pelo dei cervidi nel momento in cui si cerca di fissarli ben saldi sul gambo dell’amo.
Ma di certo più che di un difetto intrinseco si tratta di una questione di manualità e di acquisire la giusta “confidenza” con i materiali usati.
Dal punto di vista produttivo, il GSP è un’evoluzione del filati in Polyethylene ad alta densità (HDPE) poiché la catena molecolare risulta più lunga rispetto al normale Poly e le fibre presentano un elevato grado di orientamento lineare; caratteristiche che lo rendono particolarmente resistente.

Ovviamente la composizione dei filati e la diversità della materia prima hanno dei riflessi sulle caratteristiche fisiche dei fili stessi che è bene conoscere.
Il Nylon ad esempio ha delle ottime doti di elasticità e i suoi filamenti sono decisamente lisci ma, a parità di diametro, risulta molto più delicato rispetto agli altri materiali. Il Polyester è un po’ meno liscio del Nylon ed anche meno elastico ma è più resistente.
Il GSP è molto liscio, è molto più resistente dei due precedenti ma è quasi del tutto anelastico così come il Kevlar che tuttavia, rispetto al GSP presenta alcuni inconvenienti dovuti alla facilità con la quale i sottilissimi filamenti di cui risulta composto, tendono a sfilarsi o a sfibrarsi rendendo a volte difficile il suo avvolgimento. Proprio per evitare questi inconvenienti i produttori, da sempre, utilizzano alcune accortezze che come detto, incidono sulle caratteristiche del singolo filato rendendolo più o meno adatto alle diverse esigenze del costruttore.
Ad esempio è tradizionale la distinzione dei fili in ritorti e piatti. Nel primo caso il filo è composto da diversi filamenti, più o meno sottili, attorcigliati tra loro a formare un cordoncino. Generalmente ed a parità di materiale, sono più resistenti di quelli piatti ed hanno una sezione circolare o semicircolare che in fase di avvolgimento, facilita la possibilità di fissare i materiali lisci, sia naturali che sintetici, riducendo la possibilità che questi si sfilino o che possano ruotare sul gambo dell’amo in fase di fissaggio.
I filati piatti invece sono composti da filamenti sottilissimi e lisci. Quelli realizzati in semplice nylon o in semplice polyester sono più delicati dei ritorti ma hanno l’indubbio vantaggio di poter essere posizionati sull’amo in maniera molto più uniforme ed occupare uno spazio minore sul gambo.
Teoricamente il loro impiego viene preferito quando si deve realizzare l’imitazione di un addome con solo filo di montaggio e si vuole ottenere un risultato molto uniforme.
I filati piatti poi si differenziano a seconda che siano cerati (Waxed) o meno. L’applicazione di un sottilissimo strato di cera sul filo infatti lo rende più resistente alla manipolazione perché impedisce che i sottili filamenti si possano sfaldare e rompere durante l’avvolgimento.

Fatte queste brevi premesse, uno degli aspetti che va approfondito è quello riguardante il diametro dei filati e il rapporto tra questo e il coefficiente di resistenza.
Per anni, acquistando i fili, ci si è basati principalmente sulla ben nota distinzione tra 6/0 e 8/0, a seconda della mosca da costruire sapendo che il primo è leggermente più spesso del secondo ma ignorando totalmente a cosa corrispondessero quei numeri in realtà.
Solo per imitazioni piccolissime, si faceva ricorso a filati sottilissimi ma anche molto delicati come il
famoso “Spider web” di Danville o il “Trico” della UNI.
Leggendo qualche libro e facendo ricerche su internet, si è appreso che quei numeri indicavano la numerazione “Ought” (così viene definita) che venne introdotta all’incirca negli anni ’30 del Novecento, da Danville che distingueva il diametro dei fili in base al numero degli zeri. In pratica a più zeri corrispondevano filati più sottili.
Per intere decadi il metodo Ought (o Aught) è stato l’unico utilizzato da tutti i produttori di filati anche se non è mai stato in grado di esprimere una relazione precisa tra diametro e resistenza vuoi perché i produttori non sono mai stati uniformi nel definire il diametro effettivo dei fili, vuoi perché i materiali usati erano diversi.

Ad esempio, il classico UNI-Thread 8/0 è realizzato in Polyester ed ha un diametro di 0,051 mm. con un carico di rottura di circa 425 grammi. Il classico filo 8/0 Benecchi, sempre in Polyester, ha invece un diametro pari a 0,056 mm. ed un carico di rottura di circa 800 grammi. Il Veevus 8/0 in Polyester ha un diametro di 0,059 mm. e una resistenza pari ad un chilo. Questi pochi esempi bastano a chiarire come la numerazione basata sul metodo Ought possa creare qualche problema se non si conoscono le caratteristiche effettive di ogni singolo filato.
Per ovviare a questo problema, intorno al 1980 ha iniziato a fare la sua apparizione una diversa numerazione grazie alla Wapsi che ha commercializzato i suoi fili esprimendone il diametro in Denari (metodo di titolazione diretta di tutti i filati dove 1 den. corrisponde ad un filamento di seta lungo 9 mila metri e dal peso di un solo grammo).
Hanno quindi fatto la loro apparizione i famosi 70 UTC e 140 UTC corrispondenti, rispettivamente, a filati in Nylon aventi un diametro di 70 den e 140 den.
Dal 1980 in poi quindi diversi produttori hanno seguito la numerazione in Denari per il loro filati ma anche in questo caso, le caratteristiche tecniche variano da filo a filo e per ogni produttore, soprattutto in relazione al materiale con cui il filato è realizzato.
Per quanto detto prima è abbastanza evidente, per esempio, che un filato in Nylon da 140 den. abbia caratteristiche di elasticità e di resistenza completamente diverse da uno, dello stesso diametro espresso in den. ma realizzato in GSP.

Una cosa che mi sembra utile fare è comunque mettere in relazione la numerazione Ought con quella in Denari (approssimativi):

Ought —> Denari
1/0      —> 600
3/0     —> 180
6/0     —> 100
8/0     —> 70
10/0   —> 60
12/0   —> 50
18/0   —> 30

 

Tips and Tricks:
Quando si usano i filati, ritorti o lisci che siano, è bene ruotare, di tanto in tanto, il bobinatore in senso antiorario. Il filo infatti, durante l’avvolgimento, tende ad avvolgersi su sé stesso aumentando il proprio diametro e modificando la sua sezione (i filati piatti ad esempio tendono
ad assumere una sezione semicircolare).
Durante l’avvolgimento dei filati, soprattutto di quelli più sottili e delicati è bene prestare attenzione a non farli entrare in contatto con la punta dell’amo. Questa infatti è la principale causa di rottura del filo durante la costruzione. Per ovviare al problema si può inserire l’amo sul morsetto in modo che la punta risulti coperta dalle ganasce o, in alternativa, quando si è vicini alla punta, si può procedere con un movimento di avvolgimento ovoidale: sarà sufficiente inclinare leggermente il filo di montaggio in modo che non si trovi in posizione ortogonale rispetto al gambo dell’amo.
Alcuni filati piatti si prestano bene ad essere divisi in 2 mediante l’utilizzo di un piccolo ago così da realizzare un’asola al cui interno inserire i materiali scelti per eventuali dubbing.

About Roberto

Approdato alla pesca con la mosca artificiale nel 1976, ne trae il massimo della soddisfazione grazie al connubio con la passione della fotografia e delle scienze naturali.